Da Milano al Kazakistan in Panda: 16mila km per il Mongol Rally
Una Fiat Panda 4×4 del 1997, niente aria condizionata, un bagagliaio pieno di ricambi e davanti circa 16mila chilometri di strada. È così che due amici milanesi, Yanez Fadda e Giulio Bottega, hanno deciso di affrontare una delle avventure più insolite del 2026: il Mongol Rally.
Sono partiti da Milano il 10 luglio, hanno raggiunto Praga per la partenza ufficiale del 12 luglio e da lì hanno iniziato il lungo viaggio verso Öskemen, nell’est del Kazakistan. Nessun percorso obbligatorio e nessuna gara contro il cronometro: l’obiettivo è arrivare a destinazione affrontando in autonomia strade, frontiere, guasti e imprevisti.
Una Panda di quasi trent’anni come compagna di viaggio
La scelta dell’auto non è casuale.
Il Mongol Rally richiede infatti veicoli con almeno dieci anni di età e, in linea generale, motori entro i 1.300 cc. Fadda e Bottega hanno quindi puntato su una Panda 4×4, semplice da riparare e abbastanza robusta da affrontare un viaggio fuori dall’ordinario.
La preparazione è iniziata mesi prima della partenza. I due hanno acquistato l’auto e l’hanno sistemata pezzo dopo pezzo, organizzando anche una scorta di ricambi per cercare di essere autonomi davanti ai guasti.
La strategia si è rivelata utile quasi subito.
La Panda si rompe e loro chiedono un passaggio
Durante il viaggio gli imprevisti non sono mancati.
In Bulgaria, per esempio, si è rotta la leva che permette di inserire la trazione integrale. Le numerose buche hanno inoltre danneggiato il portapacchi utilizzato per trasportare le taniche di carburante.
Alla frontiera turca è arrivato un altro problema: alcuni pneumatici e cerchi di scorta sono stati sequestrati.
Poi la Panda ha smesso di accelerare durante una salita. Il ricambio necessario non era tra quelli portati da casa. A salvare l’equipaggio ci hanno pensato altri due partecipanti italiani, anche loro in viaggio con una Panda, che avevano proprio il componente giusto.
In un altro momento, invece, l’auto si è fermata e i due hanno dovuto ricorrere all’autostop. Alla fine hanno trovato un passaggio su una bisarca grazie a due camionisti uzbeki, con i quali non riuscivano nemmeno a comunicare in italiano.
È probabilmente questo lo spirito del Mongol Rally: non sapere mai davvero cosa succederà poche ore dopo.
“Sai quando parti, ma non sai quando arrivi”
La frase raccontata dai due milanesi riassume perfettamente il viaggio.
Il Mongol Rally non funziona come una gara automobilistica tradizionale. Non c’è un unico tracciato da seguire e non conta arrivare prima degli altri. Ogni equipaggio costruisce il proprio percorso e deve risolvere autonomamente i problemi che incontra lungo la strada.
Per Fadda e Bottega questo ha significato attraversare Paesi diversi, cambiare continuamente condizioni di guida e affrontare situazioni che nessun navigatore può davvero prevedere.
Dopo l’Europa sono arrivati Turchia, Asia centrale e infine il Tagikistan, prima di proseguire verso il Kazakistan.
La parte più dura è stata sulla Pamir Highway
Tra tutte le difficoltà, quella che i due ricordano come la più pesante riguarda la Pamir Highway, la strada M41 che attraversa le montagne del Pamir tra Tagikistan e Kirghizistan.
È una delle strade internazionali più alte del mondo. Il suo punto più elevato, il passo Ak-Baital, raggiunge 4.655 metri e diversi tratti si sviluppano intorno o sopra i 4.000 metri.
Per chi guida e viaggia a quelle quote, l’altitudine cambia tutto.
Fadda e Bottega hanno raccontato di aver dormito a circa 3.900 metri e di essersi svegliati con un forte mal di testa. L’aria più rarefatta ha reso ancora più pesante una tappa già molto impegnativa.
La fatica, però, è stata compensata da paesaggi difficili da dimenticare.
Il confine con Afghanistan e Cina
La Pamir Highway non attraversa soltanto montagne spettacolari.
In diversi tratti il percorso corre vicino al confine con l’Afghanistan e porta verso la frontiera cinese. È uno dei motivi per cui questa strada attira da anni viaggiatori, motociclisti e appassionati di avventure su quattro ruote da tutto il mondo.
Per i due milanesi, arrivare fin qui dopo migliaia di chilometri ha rappresentato uno dei momenti più intensi dell’intero viaggio.
E poi è arrivato il caldo del Kazakistan
Se il Tagikistan ha messo a dura prova il fisico per l’altitudine, il Kazakistan ha presentato un problema completamente diverso: il caldo.
Nella regione del Mangistau le temperature hanno raggiunto circa 45 gradi. E la Panda del 1997 non ha l’aria condizionata.
La soluzione è stata semplice e poco sofisticata: finestrini abbassati e tanta pazienza.
Dopo migliaia di chilometri, anche una temperatura elevatissima diventa una prova di resistenza.
Perché fare una cosa del genere?
La domanda viene quasi spontanea.
Per Fadda e Bottega la risposta sembra essere proprio la voglia di mettersi alla prova. L’idea del viaggio è nata circa un anno prima della partenza, quando Fadda ha scoperto l’esistenza del Mongol Rally e ha coinvolto gli amici. Da lì sono arrivati la ricerca dell’auto, la preparazione e mesi di organizzazione.
Non hanno scelto la soluzione più comoda. Hanno scelto quella che avrebbe trasformato il viaggio in una vera avventura.
Il viaggio non finirà con l’arrivo
Una delle curiosità della loro spedizione riguarda proprio il rientro.
La Panda non tornerà in Italia percorrendo altri 16mila chilometri. Una volta conclusa l’avventura in Kazakistan, l’auto verrà caricata su un container e spedita a casa.
L’idea è conservarla come ricordo dell’impresa.
Difficile pensare a un souvenir migliore.
Due milanesi, una Panda e una strada lunga mezzo continente
Il viaggio di Yanez Fadda e Giulio Bottega racconta un modo di viaggiare molto lontano dal turismo tradizionale.
Non hanno prenotato un itinerario già pronto. Non hanno scelto un’auto moderna e superaccessoriata. Hanno puntato su una vecchia Panda, qualche ricambio e la capacità di adattarsi a quello che sarebbe successo lungo la strada.
In mezzo ci sono stati guasti, autostop, frontiere, caldo estremo e notti a quasi 4.000 metri.
E proprio per questo il loro viaggio verso l’est del Kazakistan ha tutte le caratteristiche di quelle avventure che, una volta tornati a casa, si continuano a raccontare per anni.
























