Rirkrit Tiravanija untitled 2006 (palm pavilion), 2006-08 Veduta dell’installazione, kurimanzutto, Città del Messico, 2008 Collection of Inhotim Institute, Minas Gerais, Brasil Courtesy l’artista e kurimanzutto
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Dal 26 marzo al 26 luglio 2026 Pirelli HangarBicocca presenta “The House that Jack Built”, la prima retrospettiva dedicata alla ricerca architettonica e spaziale di Rirkrit Tiravanija, una delle figure contemporanee più significative del panorama internazionale e tra i principali esponenti dell’arte relazionale. Il suo lavoro si colloca tra arte e vita, creando ambienti vivi e partecipativi. Nelle Navate di Pirelli HangarBicocca, il pubblico verrà guidato all’interno di un gigantesco labirinto, dove ogni incontro diverrà occasione per un’esperienza condivisa: di gioco, di relax, di cura, di convivialità e di partecipazione.

Rirkrit Tiravanija (Buenos Aires, 1961; vive e lavora tra New York, Berlino e Chiang Mai, Thailandia) ha cambiato profondamente la prospettiva e il modo con cui oggi ci si approccia all’arte grazie alla sua constante messa in discussione dell’opera. Dagli anni Novanta, Tiravanija ha modellato la sua pratica intorno all’impegno sociale, spesso incoraggiando i visitatori a interagire e a partecipare attivamente nei suoi lavori. Le sue installazioni, performance, fotografie, film, sculture e disegni si spingono oltre i confini convenzionali, ridefinendo le categorie tradizionali e promuovendo un ambiente dinamico in cui il coinvolgimento e la collaborazione sono parte integrante dell’opera. I progetti di Tiravanija emergono da una profonda indagine dell’identità culturale ed esplorano le strutture globali sottostanti, mettendo in discussione la realtà e l’immaginazione dei luoghi.

Figlio di un diplomatico thailandese, Rirkrit Tiravanija conduce fin dall’infanzia una vita nomade tra Buenos Aires, Bangkok e Addis Ababa, per poi formarsi nelle arti negli Stati Uniti e in Canada. La sua pratica artistica nasce da questa esperienza di continuo cambiamento e si concentra sul tema della globalizzazione intesa come circolazione di persone, immagini e capitali tra geografie eterogenee, nonché sulla ridefinizione della dicotomia tra “locale” e “globale”. Tale frizione è indagata attraverso l’analisi e la decostruzione di concetti come il viaggio e il rifugio, intesi come dispositivi politici ed estetici capaci di attivare possibilità di ospitalità e incontro. Come afferma l’artista, “Ho sempre viaggiato, si tratta di cambiamento, di spostamento, si tratta di muoversi per ricordare che si è vivi.” In questo contesto, Tiravanija ricorre spesso a film, testi o alla musica, sottolineando il ruolo della cultura popolare nella costruzione della memoria collettiva e inserendo l’arte contemporanea in un discorso più ampio, permeabile e strettamente connesso alle esperienze di vita.

Riproducendo attività del quotidiano – come mangiare, dormire o giocare – l’artista reinventa lo spazio espositivo, rifiutandone qualsiasi idealizzazione e trasformandolo in realtà tangibile, in cui le differenze etiche e culturali sono messe in discussione, analizzate e problematizzate. L’opera diviene così un processo aperto, uno strumento di dialogo e trasformazione che stimola l’incontro e la costruzione di una comunità viva. Al centro della pratica di Tiravanija si colloca un duplice obiettivo: da un lato, una critica ai meccanismi delle istituzioni occidentali che producono e legittimano la conoscenza mediante pratiche espositive; dall’altro, la ricerca di forme artistiche in grado di riattivare il contesto e l’uso degli oggetti, restituendo loro la linfa vitale spesso attutita dalle istituzioni. Emblematica è l’introduzione dell’aspetto comunitario, come quello del cucinare e consumare il cibo in una dimensione pubblica, come strumento artistico. Nella celebre opera untitled 1990 (pad thai), (1990), Tiravanija cucina e serve il famoso piatto nazionale tailandese con l’intento, usando le sue stesse parole, di “togliere la pentola dalla vetrina e cucinarci dentro”. Restituisce così al cibo la sua funzione originaria all’interno di un contesto istituzionale, ribaltando il concetto di ready-made e sfidando le convezioni del display museale.

In Pirelli HangarBicocca la retrospettiva, “The House that Jack Built”, a cura di Lucia Aspesi e Vicente Todolí, porterà all’attenzione del pubblico la trentennale ricerca dall’artista intorno alla pratica spaziale e architettonica. Il titolo fa riferimento alla celebre filastrocca inglese ottocentesca, strutturata come una narrazione ripetitiva e cumulativa: pur chiamandosi La casa che Jack ha costruito, non racconta la storia della casa né di chi l’ha edificata. Piuttosto, rivela come essa sia indirettamente connessa e interagisca con tutte le altre persone o cose che la circondano. Evocandola, Tiravanija vuole mettere in luce il suo rapporto con le questioni di autorialità, da sempre presenti nella sua poetica, concependo gli edifici come piattaforme il cui valore è determinato dall’uso e dalle persone che li abitano, non dalla loro forma né da chi li ha progettati.

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Il progetto espositivo riunirà per la prima volta la più ampia selezione di opere architettoniche realizzate dall’artista, molte delle quali sono ispirate a edifici iconici firmati da grandi maestri, legati al Modernismo, come Sigurd Lewerentz, Le Corbusier, Rudolf Michael Schindler, Frederick Kiesler, Jean Prouvé e Philip Johnson. Attraverso queste strutture, Tiravanija rilegge le icone moderniste alterandone la funzione originaria mediante attivazioni collettive e inserendole in contesti radicalmente diversi, aprendo così nuove possibilità di uso, relazione e significato. Come delle sequenze cinematografiche che si dispiega lungo l’intera esposizione, la mostra proporrà un susseguirsi di scenari in cui il visitatore diventa protagonista. In molte installazioni, infatti, tra i materiali indicati compare la dicitura “a lot of people”. Affidarsi a “tanta gente” per dare vita all’opera significa accettare la possibilità di interruzioni e imprevisti: ciò che accade potrebbe non corrispondere a ciò che esisteva fino a quel momento. La mostra non si propone dunque come un mausoleo di opere emblematiche del passato, ma come un formato partecipativo attivo in cui le forme vengono riattivate ogni volta da presenze e circostanze diverse.

L’esposizione si aprirà con untitled 2026 (demo station n. 9) (2026), una piattaforma in legno a forma di spirale accessibile alle persone ispirata al Raumbühne (1924) dell’architetto austriaco Friedrich Kiesler (1890-1965). Ideata come un dispositivo innovativo, la struttura permetteva di ripensare lo spazio tradizionale teatrale, superando la separazione tra palco e platea. Come suggerisce il titolo, l’opera invita il pubblico a “dimostrare qualcosa”: lo spazio si configura come un luogo di incontro e scambio, progettato per ospitare performance, dibattiti, laboratori e conversazioni. L’installazione richiama e intreccia il duplice significato del termine “dimostrazione”, inteso sia come atto di protesta sia come momento di presentazione di un talento o di un interesse personale.

Concepito appositamente per lo spazio delle Navate, il percorso espositivo si svolgerà lungo un vero e proprio labirinto che guiderà il pubblico attraverso le opere. Le pareti del percorso saranno ricoperte da un tessuto arancione, caratteristico di molte opere dell’artista, che richiama le vesti dei monaci buddisti. La sua densità è legata alla necessità di Tiravanija di far vivere un’esperienza al visitatore: “Oggi l’esperienza è qualcosa di dato: basta accendere il telefono e l’informazione appare. Io sono interessato a creare un senso di coinvolgimento. Voglio che le persone si muovano attraverso il tempo e lo spazio e prestino attenzione. In questo modo, chiediamo loro di dedicare tempo, di dispiegare ciò che accade.”

Entrando nel labirinto, il visitatore incontrerà una ad una le diverse opere all’interno di spazi concepiti per ospitare momenti di incontro. Insieme alle repliche architettoniche degli edifici iconici dei grandi maestri dell’architettura, il pubblico si imbatterà in strutture temporanee formate da tende. Questo elemento ricorre nella pratica di Tiravanija come archetipo di abitazione minima e di spazio poroso che favorisce interazioni comunitarie. Tra queste: untitled 1992 (cure) (1992), una tenda arancione in cui i visitatori saranno invitati a rilassarsi e a bere del tè, untitled 1995 (tent installation) (1995) al cui interno si trovano immagini di viaggio e untitled 1997 (cinema de ville, berlin-bangkok) (1997), un piccolo cinema itinerante composto da due tende da campeggio che ospitano proiezioni di video girati da Tiravanija a Berlino e Bangkok a metà degli anni Novanta.

Proseguendo nel percorso espositivo, si incontrerà untitled 1995 (half-scale single family home no. 47, with interior decoration by children of the Storken day care center, ages 5 to 7) (1995- 2026), ispirata al progetto modernista Single Family House No. 47 (1930) dell’architetto svedese Sigurd Lewerentz (1885-1975). L’arredo interno della riproduzione in scala verrà affidato alla classe di una scuola elementare di Milano che darà forma all’ambiente domestico. Date le dimensioni ridotte, lo spazio sarà destinato esclusivamente a bambini che potranno accedervi per attività pedagogiche e ludiche. Al centro del percorso, è posta l’installazione untitled 2006 (palm pavilion) (2006-08) che ricrea la Maison Tropicale (1949-51) progettata dall’architetto francese Jean Prouvé (1901- 1984), è una casa prefabbricata in metallo pensata per il clima tropicale, caratterizzata da leggerezza, modularità e facilità di montaggio, concepita per rispondere alle esigenze abitative nelle colonie francesi in Africa. Tiravanija reimmagina questo modello architettonico popolandolo di palme “kentie” e accompagnandolo con la proiezione di video che mostrano immagini della detonazione degli alberi durante test nucleari nel Sud del Pacifico insieme a materiali d’archivio che riflettono sulla palma come simbolo coloniale e culturale.

Alla fine del labirinto verrà esposta untitled 1996 (rehearsal studio no. 6, open version) (1996) una struttura di legno attrezzata come studio di registrazione e pensata come spazio aperto a disposizione di musicisti e visitatori. Lo studio è una replica di quello che Tiravanija aveva a New York negli anni Novanta, dove, tra un viaggio e l’altro, suonava musica con i suoi amici.

Nello spazio del Cubo prenderà vita the house the cat built (2008–09/2026). L’opera consiste in una casa in legno che ospita lavori di altri artisti amici o vicini alla sua pratica, incluso uno di Tiravanija. La struttura è ispirata all’abitazione in Thailandia dell’artista che si integra armoniosamente con l’ambiente naturale circostante. A differenza delle altre installazioni, il progetto non è fortemente influenzato da un unico riferimento architettonico, ma prende in considerazione diverse declinazioni del Modernismo, incluso il Brutalismo.

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