Un visore VR per vivere il carcere: lo studio della Bicocca
Cosa si prova a vivere in una cella? È una domanda alla quale la maggior parte delle persone può rispondere solo con l’immaginazione. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca ha provato a colmare questa distanza attraverso la realtà virtuale, coinvolgendo oltre 230 volontari in uno studio che analizza come l’esperienza diretta possa influenzare la percezione delle persone detenute.
I risultati della ricerca suggeriscono che vivere, anche solo per pochi minuti, un ambiente carcerario simulato può contribuire a ridurre i pregiudizi e aumentare l’empatia verso chi sta scontando una pena.
Lo studio dell’Università Bicocca
Il team del Mind and Behavior Technological Center del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca ha firmato la ricerca “Between the Bars: Virtual Reality and Physical Prison Simulations Link to Reduced Prejudice Against Incarcerated People”.
I ricercatori Marco Marinucci, Paolo Riva, Teresa Traversa e Maria Elena Magrin volevano capire se un’esperienza immersiva potesse cambiare la percezione del carcere. In particolare, hanno analizzato se vivere una situazione simile alla detenzione, anche per pochi minuti, aumentasse l’empatia verso le persone detenute.
Come si è svolto l’esperimento
Nella prima fase dello studio hanno partecipato 138 volontari.
Ogni partecipante ha indossato un visore per la realtà virtuale. Successivamente è entrato in uno dei due ambienti previsti: una cella carceraria oppure un monolocale, scelto come spazio neutro.
L’obiettivo era semplice. I ricercatori volevano confrontare le reazioni psicologiche provocate da un ambiente detentivo con quelle generate da uno spazio domestico.
Durante l’esperienza i volontari hanno osservato gli ambienti e ne hanno percepito dimensioni, atmosfera e senso di isolamento. Così hanno potuto vivere, seppur in forma simulata, una condizione molto diversa dalla quotidianità.
I risultati
Successivamente il gruppo di ricerca ha organizzato una seconda fase dell’indagine con una simulazione fisica dell’ambiente carcerario. In totale hanno preso parte allo studio 230 persone.
I risultati hanno mostrato una tendenza chiara. Chi aveva sperimentato la cella, reale o virtuale, ha espresso meno pregiudizi nei confronti delle persone detenute. Inoltre ha dimostrato una maggiore capacità di comprendere gli effetti psicologici della reclusione.
Perché questa ricerca è importante
Secondo i ricercatori, immaginare il carcere non basta. Vivere, anche per pochi minuti, uno spazio progettato per la detenzione permette invece di comprendere meglio il senso di isolamento e lo stigma che accompagnano molte persone durante e dopo la pena.
Per questo motivo la realtà virtuale può diventare uno strumento utile anche nella ricerca psicologica e nelle attività di sensibilizzazione. Esperienze di questo tipo, infatti, aiutano a sviluppare empatia e a superare stereotipi difficili da abbattere.































